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08/05/2009

Lectio magistralis e premio «Capo d'Orlando»

Il premio Nobel Watson: «Nell’istituto Dohrn compresi il fascino del Dna»
Il genio della genetica all'Università «Federico II»

di CARLO FRANCO

NAPOLI - Il premio Nobel americano ricorda i suoi trascorsi napoletani.
Venerdì tiene una lectio magistralis all’Università Federico II James D. Watson, il Nobel che ha scoperto la struttura del Dna, ha ricevuto ieri sera a Vico Equense il premio «Capo d’Orlando» - organizzato dal Museo Mineralogico Campano e dalla Fondazione Discepolo - considerata una delle onorificenze scientifiche più prestigiose del mondo.
Lo scienziato di Chicago ha concesso un’intervista al Corriere del Mezzogiorno sulla terrazza del Castello Giusso che ha definito «un incanto». Al pari di quella del Grand Hotel Angiolieri che lo ospita a Seiano.

Il premio «Capo d’Orlando» è intitolato alla località di Vico Equense dove nel XIX secolo sono stati rinvenuti pesci fossili del Cretaceo ora esposti in vari musei europei.

Con Watson sono stati premiati: Roberto Olla per la Divulgazione, Giovanni Caprara del Corriere della Sera per il giornalismo; Marco Valle per il Management museale e il Maestro Nicola Piovani per la Comunicazione multimediale.

Nell’intervista Watson rivela che la scoperta del Dna iniziò a Napoli dove, nel 1951, trascorse un periodo di studio all’Istituto Anton Dohrn. In quella occasione Watson, per paura di perdere i finanziamenti per la ricerca, arrivò a coprare due vestiti eleganti per la bella e fascinosa sorella perché potesse sedurre chi avrebbe potuto essergli di aiuto.
Oggi pomeriggio, alle 15, Watson terrà una conversazione nell’Aula magna della Federico II. Parlerà dello stato della conoscenza sul genoma e degli sviluppi della lotta contro il cancro e le malattie genetiche. Il premio Nobel sarà introdotto dal rettore Trombetti, dal presidente del Ceinge, Franco Salvatore, e dal presidente onorario del Ceinge, Giuseppe D’Alessio.
Alle 17, 30, infine, sarà inaugurata, in largo San Marcellino, la Mostra autobiografica di Watson.

Da dove cominciamo, professore Watson? «Da Napoli, of course».

Torniamo indietro di mezzo secolo. «Di 58 anni, per la precisione. Dopo un periodo di studio a Copenaghen arrivai a Napoli per uno stage all’Istituto Dohrn e lì, in quella scuola bellissima, ebbi la prima folgorazione della mia vita di studioso».

Cosa scoprì? «Lavoravo in biblioteca e per la prima volta vidi l’immagine della molecola del Dna ottenuta con la diffrazione a raggi X. Non voglio farla grossa, ma la scoperta del Dna è iniziata all’ombra del Golfo e l’ho raccontato nel libro La doppia elica. Napoli, quindi, è stato un luogo fondamentale per me».

Solo per la ricerca? «Non solo, avevo poco più di vent’anni e in quei mesi raggiunsi il picco più alto di forma fisica e mentale. Succede a tutti in una fase della vita. Legai molto con i napoletani, mi dissero che ero brillante e allora pensai che forse avevo un futuro. Non mi sbagliavo».

Dopo non è più venuto a Napoli, ora come l’ha trovata?

«Bellissima come sempre, ma più dura e completamente staccata dal resto d’Italia, come se non ne facesse parte».

È un bene o un male? «Né l’una né l’altra cosa, è un fatto storico. L’Italia non è un Paese unito, negli Stati Uniti abbiamo combattuto una guerra civile per realizzare l’unificazione, qui siamo ancora all’anno zero. Per gli italiani il dramma è scoppiato dopo che le due Germanie sono diventate una».

Un pregio e un difetto dei napoletani. «La simpatia e l’intelligenza. E, sull’altra sponda, la terribile mancanza di puntualità, un appuntamento alle 8 può tranquillamente consolidarsi alle 11».

Anche a Chicago e nell’Indiana University ha frequentato studiosi e studenti italiani? «I miei maestri sono stati Salvatore Luria e Renato Dulbecco. Devo molto a loro, ma alla fine sapevo più di Dulbecco non perché fossi più bravo ma perché lui si era concentrato solo sui suoi studi. Io invece ho inseguito il segreto della vita per spostare le frontiera della conoscenza. Se in qualche modo ci sono riuscito un po’ del merito è degli italiani che, tra l’altro, prediligono i miei libri».

Lei è nato a Chicago, come Obama. Vorrà dire qualcosa? «Come Barack sono nato nel quartiere di South Shore, due camere e cucina a Chicago Sud, e come lui ho imparato ad avere fiducia nel futuro. Quattro i valori di riferimento che non mi hanno mai abbandonato: l’onestà, la lealtà verso il prossimo, la ricerca della conoscenza e la responsabilità civile nei confronti dei meno fortunati».

Lei è stato il primo uomo a consentire che il suo genoma personale venisse studiato. «Lo misi a disposizione di tutti su Internet, due anni fa. Spero che l’esempio venga seguito in tutto il mondo, anche perché ora costa molto di meno. Il mio genoma personale è costato un milione di dollari. Oggi con 100 mila dollari te la cavi, tra dieci anni ne basteranno 100. È molto importante, solo quando centinaia di migliaia di genomi saranno studiati approfonditamente potremo cominciare a comprendere il significato delle differenze sequenziali che distinguono un essere umano da un altro».

Cosa è vento fuori dal suo genoma? «Per fortuna niente che dovesse far preoccupare i miei due figlioli, Rufus e Duncan. Ho scoperto, però, di possedere diverse coppie di geni che predisponevano a parecchi tumori e allora ho aumentato la dose giornaliera di vitamina D».

A che punto è l’evoluzione umana? «È sbagliato dire che si è arrestata. Luca Cavalli Sforza s’illude quando sostiene che l’evoluzione non è genetica ma culturale. La cultura, per carità, è importante, ma è un errore sottovalutare l’importanza delle mutazioni genetiche. Non commettiamo l’errore del fascismo».

Lei è considerato un genio, le pesa? «Sono in ottima compagnia, Orson Welles, ad esempio, venne dichiarato genio a diciotto mesi ma a conti fatti non si è distinto più di me. E io posso dirlo senza essere sospettato di parzialità perché la moglie di Welles è una Watson, una mia parente».

Sempre in tema di geni cosa pensa di Berlusconi? (Ride di gusto prima di rispondere) «Beh, lui ha raggiunto il massimo della popolarità, ma ora deve preoccuparsi di non cadere all’ingiù».

Riusciremo a sconfiggere il cancro? «Abbiamo trovato il Santo Graal e questo è molto importante».

Cosa vuole dire? «Il mondo scientifico dal tempo dei tempi si è chiesto perché tutte le cellule cangerogene contengono acido lattico e ora a Boston hanno scoperto un enzima chiave, l’unico fattore comune a tutti i tipi di cancro. È una scoperta importante, decisiva direi, ma non chiedetemi di più. Le cose, d’altronde, non sono poi molto cambiate da Galilei ai giorni nostri».

Spostiamo il tiro. Ha seguito la vicenda di Eluana Englaro? «Capisco cosa vuole dire e rispondo nell’unico modo che riconosco: la vita deve essere sostenuta solo se ha un futuro».

Non tutti in Italia sono d’accordo. «Anche fuori d’Italia. I religiosi sono i miei nemici, loro vogliono che noi soffriamo. Non è giusto».

Un’ultima domanda, professore: spaghetti o pizza? (Ride di nuovo) «Spaghetti, senza ombra di dubbio».

Con le vongole o con le cozze? «Con la salsa bolognese» (poi si accorge di averla detta grossa e corregge il tiro). L’altro ieri a Capri ho mangiato una montagna di vongole. Mi sono piaciute moltissimo ».

Va bene così, Doctor James D. Watson.

08/05/2009
Scientificamente comunicativo

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Vico Equense, riconosciuta Città con decreto del Presidente della Repubblica del 12/9/02, vanta una storia plurimillenaria le cui testimonianze artistiche sono visibili>>>


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