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08/05/2009

Il Nobel Watson: «Senza Napoli non avrei scoperto la doppia elica del Dna»

di UGO CUNDARI

«Senza Napoli non avrei mai vinto il Nobel», confida James Dewey Watson, uno dei più celebri scienziati del ventesimo secolo, premiato per la Medicina nel 1962 per aver scoperto insieme a Francis Crick la struttura del Dna, pioniere del progetto del Genoma Umano.
A Vico Equense, Watson ha ricevuto il premio scientifico «Capo d’Orlando»: la consegna dei vari riconoscimenti dell’XI edizione si svolge nel Castello Giusso in una manifestazione presieduta da Guido Trombetti, rettore dell’università «Federico II» e moderata dal «matematico impertinente» Piergiorgio Odifreddi.
Oltre Watson, il «Capo d’Orlando» ha premiato per il giornalismo Giovanni Caprara, responsabile della pagine scientifiche del «Corriere della Sera»; per la divulgazione Roberto Olla, responsabile della rubrica Tg1 Storia; per il management museale Marco Valle, direttore del Museo di Storia Naturale «Enrico Caffi» di Bergamo; per la comunicazione multimediale il compositore Nicola Piovani.



Professor Watson, lei dunque ha un legame di riconoscenza con la città di Napoli?


«Sì, e da ben 58 anni, cioè da quando per la prima volta misi piede a Napoli per delle ricerche che mi avrebbero portato ai risultati che mi fecero vincere il Nobel. Ma con Napoli ho anche, per così dire, un rapporto di simpatia, per una comunanza di atteggiamento culturale e comportamentale».



Cosa che non le dispiace rendere pubblico, visti i tempi.


«Partiamo dalla considerazione che la vostra città è un "unicum" che non è riconducibile a nessun altro modello, cosa che la rende estranea all’Italia stessa. Io spesso mi sono trovato nella stessa situazione, come per esempio nelle mie ultime ricerche sul cancro. Sono convinto, il che che mi fa sentire un po’ al di fuori del mondo scientifico, che i tumori abbiano tutti un fattore in comune e, una volta che ne sapremo di più, potremo finalmente sconfiggere questo male. Eppure mi sento una voce fuori dal coro, seguo binari tutti miei, un po’ come la città di Napoli».



Che tempi calcola per i primi risultati concreti di queste ricerche?


«Difficile dirlo, ma sono ottimista, la strada intrapresa è quella giusta, anche come metodo. Finora le ricerche sono state condotte partendo dal principio che ogni tumore avesse una forma, una genesi e caratteristiche diverse. Invece credo fermamente, e mi rifaccio anche a uno studio tedesco del 1924, che ci sia in ogni caso un fattore comune. L’importante è che non siano fissati, magari dalla religione, paletti troppo severi in questo tipo di ricerche».



Quali centri di studio frequentò a Napoli?


«Soprattutto la Stazione Zoologica intitolata ad Anton Dohrn, di cui fra l’altro esiste una splendida riproduzione, anche dal punto di vista architettonico, nei laboratori di Cold Spring».



Che cosa ricorda di quel periodo? Perché lo considera così importante nella sua formazione e per la definizione del suo percorso scientifico?


«Perché proprio lì mi sono sentito per la prima volta indipendente dai miei due maestri, Salvador Luria e Renato Dulbecco. Avevo ventuno anni, e prima di allora nessuno mai mi aveva incoraggiato come in quel maggio del 1951 a Napoli. Nessuno mai mi aveva prima di quel momento fatto sentire geniale. E tutto ciò è fondamentale per credere in quello che si fa e avere la forza di andare avanti, sempre e comunque, malgrado gli inevitabili passi falsi e le sconfitte. D’altra parte, rendo omaggio alla città citando Napoli anche nel mio libro "La doppia elica"».



Domani James Dewey Watson sarà proprio a Napoli e alle 15 terrà una conferenza nell’Aula Magna dell’università « Federico II».
A chiusura del convegno sarà inaugurata una mostra autobiografica presso il museo di Paleontologia dell’ateneo, in Largo San Marcellino 10, visitabile fino a sabato 30 maggio. È composta da sette pannelli che ripercorreranno l’intera attività di Watson, sia quella più propriamente scientifica, sia quella divulgativa.

08/05/2009
Scientificamente comunicativo

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